Leggetelo questo appello, firmatelo se volete.
IL TRIANGOLO NERO
Violenza, propaganda e deportazione.
Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno.
Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita.
L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo.
Due vittime con pari dignità?
No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa.
Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi?
Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia.
Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali.
Il rapporto Eures-Ansa 2005, l'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture.
Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne.
Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista.
Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima.
Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto. Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco. Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità.
Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti.
Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Adesioni aggiornate alle 02.00 di giovedì 15 novembre 2007
Proposto da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
Primi firmatari: Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata - Bruno Arpaia - Articolo 21 - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti - Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&Bruno - Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli - Franco Buffoni - Errico Buonanno - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo - Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi - Stefano Corradino - Mauro Covacich - Erri De Luca - Derive Approdi - Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D'Attis - Francesco Forlani - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello Fois- - Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Franz Krauspenhaar - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli - Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali - Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano - Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella - Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent - Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Gabriella Piroli - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo - Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno - Serge Quadruppani - Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Enrico Remmert - Marco Revelli - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Roberto Saviano - Sbancor - Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Carola Susani - Stefano Tassinari - Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari - Giorgio Vasta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi - Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi
Aderiscono:
Silvia Acquistapace - Armando Adolgiso - Enzo Aggazio - Valerio Aiolli - Fiora Aiazzi - Loredana Aiello - Cristina Ali Farah - Max Amato - Cris Amico - Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio - Monia Azzalini - Eva Banchelli - Barbara Barni - Adriano Barone -Daniela Basilico- Simona Baldanzi - Barbara Balzarotti - Remo Bassini - Elisabeth Baumgartner - Sandro Bellassai - Gigi Bellavita - Francesca Bonelli - Violetta Bellocchio - Paola Bensi - Alessandro Beretta - Alberto Bertini - Donatella Bertoncini - Marco Bettini - Paolo Bianchi - Nicoletta Billi - Valter Binaghi - Enrico Blasi -Augusto Bonato - Emanuele Bonati - Valentina Bosetti - Nadia Bovino - Giovanni Bozzo - Anna Bressanin - Annarita Briganti - Luciano Brogi - Gianluca Bucci - Manuela Buccino - Giusi Buondonno - Leonardo Butelli - Domenico Cacapardo - Daniele Caluri - Nives Camisa - Maurizia Cappello - Paolo Capuzzo - Luigi Capecchi -Alessandro Capra - Carlo Carabba - Enrico Caria - Valentina Carnelutti - Eleonora Carpanelli - Guido Castaman - Silvia Castoldi - Ettore Calvello- Francesco Campanoni - Ernesto Castiglioni - Fabrizio Centofanti - Paola Chiavon - Marcello Cimino - Paolo Cingolani - Anselmo Cioffi - Beatrice Cioni - Francesca Corona - Stefano Corradino - Marina Crescenti - Vittorio Cartoni - Marcello D'Alessandra - Cristina D'Annunzio - Gabriele Dadati - Manuela Dall'Acqua - Paola D'Apollonio - Antonella De Luca - Patrizia Debicke van der Noot - Lello Dell'Ariccia - Paolo Delpino - Valentina Demelas- Chiara Desiderio - Prisca Destro- Francesco Di Bartolo - Chiara Dionisi - Martina Donati - Bruna Durante - Arturo Fabra- Marina Fabbri - Franco Fallabrino - Graziella Farina - Giulia Fazzi - Giorgia Fazzini - Raffaele Ferrara - David Fiesoli - Claudia Finetti - Maurizio Forte -Lissa Franco - Gabriella Fuschini - Daniela Gamba - Pupa Garriba - Walter Giordani - Viorica Guerri - Maria Nene Garotta - Luisa Gasbarri - Massimiliano Gaspari - Catia Gasparri - Valentina Gebbia - Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi -Emiliano Gucci -Lello Gurrado - Francesca Koch - Rossella Kohler - Fabio Introzzi - Maria Rosaria La Morgia - Daniela Lampasona - Federica Landi - Loredana Lauri -Albertina La Rocca - Filippo Lazzarin - Sabina Leoni - Elda Levi - Mattea Lissia - Mariagrazia Lonza - Francesco Lo Piccolo - Giorgio Lulli - Monica Lumachi - Gordiano Lupi - Iseult Mac Call - Luca Maciocca- Giovanna Maiola - Alessandro Maiucchi- Ilaria Malagutti - Manuela Malchiodi - Felicetta Maltese - Emanuele Manco - Federica Manzon - Roger Marchi - Mauro Marcialis - Adele Marini - Gianluca Mascetti - Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia - Mara Mattoscio - Stefano Mauri - Lorenzo Mazzoni - Ugo Mazzotta - Michele Mellara - Michele Meomartino- Camilla Miglio - Paola Miglio - Laura Mincer - Olek Mincer - Mauro Minervino - Roberto Mistretta- Giorgio Morale - Isabella Moroni - Elio Muscarella - Ettore Muscogiuri - Nino Muzzi - Rosario Nasti - No Reply - Giovanni Nuscis - Fabio Pagani - Dida Paggi - Valentina Paggi - Iulia Claudia Panescu - Rafael Pareja - Enrico Pau- Simonetta Pavan - Monica Pavani - Alessandra Pelegatta - Graziella Perin - Bruna Perraro - Seba Pezzani - Alessandro Piva- Serena Polizzi - Massimo Polizzi - Francesca Pollastro - Alessia Polli - Sabrina Poluzzi - Nicola Ponzio - Anna Porcu - Kiki Primatesta - Salvatore Proietti - Maddalena Pugno - Andrea Rapini - Vincent Raynaud -Paolo Reda - Luigi Reitani - Jan Reister- Sergio Rilletti - Mirella Renoldi - Patrizia Riva - Monica Romanò - Alessandro Rossi - Grazia Rossi - Luisa Rossi - Marta Salaroli - Carlo Salvioni - Ida Salvo - Bianca Sangiorgio - Veronica Alessandra Scudella - Maria Serena Sapegno - Simone Sarasso - Dimitri Sardini - Monica Scagnelli - Angela Scarparo - Gabriella Schina - Elvezio Sciallis - Marinella Sciumè - Matteo Severgnini - Michèle Sgro - Carlo Arturo Sigon - Genziana Soffientini - Crio Spagnolo - Mario Spezi - Mila Spicola - Susi Sacchi - Mariagrazia Servidati - Mattia Signorini - Luigia Sorrentino - Stalker/Osservatorio nomade - Claudia Stra' - Luigi Taccone - Giorgio Tinelli - Veronica Todaro - Eugenio Tornaghi - Umberto Torricelli - Sara Tremolada - Renato Trinca - Nadia Trinei - Roberto Tumminelli - Tonino Urgesi - Sasa Vulicevic - Angela Valente - Roberto Valentini - Maria Luisa Venuta - Selene Verri - Diego Zandel - Salvo Zappulla
Per aderire:http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
Il testo si trova anche qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/outtakes.html
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002443.htm
lhttp://www.giugenna.com/interventi/il_triangolo_nero_nessun_popol.html
http://www.nazioneindiana.com/2007/11/15/il-triangolo-nero/
giovedì 15 novembre 2007
Un manifesto contro la violenza
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lunedì 12 novembre 2007
Chi ha tempo può aspettare il tempo
Come sempre immaginario ed immaginifico Herr Herzog crea una nuova bitlit sfida.
Un blog collettivo sul tempo che non esiste e sulle (im)possibili ed (im)probabili sue misurazioni.
Ma anche altro, volendo.
La realtà è che il tempo ha molte sfaccettature.
Troppe. E di dubbia interpretazione.....
La pioggia intempestivamente vira a neve; la temperatura scende, eppure egli è temprato e di certo non difetta in temperanza.
La sua sagoma si staglia temporaneamente incappucciata come un templare dal temperamento meditativo, che s’appressi al Tempio.
E d’improvviso, tempestandoci di scuse fugge via prima che la tempura si freddi e incattivisca.
E lorsignori scusino la brevità. La verità è che non ho tempo.
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naima
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mercoledì 7 novembre 2007
Le domeniche dell'aeroporto
Non eravamo una famiglia ricca, ma erano gli anni del boom economico e non ci negavamo mai la piacevole arte del sognare.
Mia madre aveva l’intelligenza, la cultura e l’allure d’una donna di classe.
Anzi, della classe aveva tutto, tranne più che i denari.
Mio padre denari non ne aveva mai avuti. Lavorava dall’adolescenza: poca scuola e tanti giochi in strada quando, fra Santa Bibiana e Porta Maggiore, rilucevano solo le rotaie nello spazio grigio dei sampietrini resi opachi dal sole.
Papà, rappresentante di forbicine, limette per le unghie e cerotti curativi, aveva però una grande passione per le automobili e, con la scusa di dover lavorare avanti e indietro per le strade poco sicure di tutta la provincia e per le sperdute montagne d’Abruzzo, s’era comprato a rate la Giulietta bianca con la quale la domenica giocavamo tutti ai moderni viaggiatori.
Il gioco che io e mio fratello amavamo di più era quello dell’Aeroporto.
Negli anni ’60 erano in pochi a prendere l’aereo: uomini d’affari, attori, attrici, ricconi, donne preziose... l’elite, insomma e l’aeroporto era una specie di luogo magico e misterioso dove si compivano prodigi come, ad esempio, l’apparizione di elegantissime ed affascinanti signore.
E noi andavamo proprio là.
Mamma, con quel tailleur a sacchetto color sangue di bue che, con troppa disinvoltura per i canoni estetici dell’epoca, osava indossare su una camicetta color lavanda, papà col competo buono ed il trench che lo rendeva come Humphrey Bogart; Michele con i pantaloni corti, la giacchettina di velluto a righe e gli occhiali poggiati sul naso affilato ed io con quegli odiosi capelli corti e la scamiciata scozzese dalla quale s’intravedeva il vezzoso colletto ricamato della camicina in flanella.
Fiumicino, da pochissimo inaugurato, era l’Aeroporto Internazionale di Roma. Ci arrivavano gli aerei della TWA e della PanAmerican e quelli dalla coda rossa blu e bianca dell'Air France.
Da un'immensa terrazza si dominava l’unica pista e si potevano veder decollare ed atterrare gli aerei che assordavano con il rumore dei loro motori, mentre il vento del mare scompigliava i capelli e la torre di controllo a scacchi rossi e bianchi con quegli omini in maniche di camicia che si agitavano, lì in alto dietro la grande vetrata, come dentro un acquario.
Michele diceva sempre che avrebbe fatto il controllore di volo, mentre io, come tutte le ragazzine dell’epoca, volevo, sicuramente, fare la hostess.
Perché le hostess erano belle e indipendenti, erano sempre in ordine e sapevano parlare con gentilezza, portavano gonne a tubino che le facevano sembrare più slanciate ed i capelli raccolti sotto la bustina e per questo piacevano a tutti gli uomini.
Mia madre, affacciata alla balaustra della terrazza sognava mete lontane, si vedeva –vestita di modelli Courreges o Cardin- affrontare, sempre perfetta, trasvolate intercontinentali e corteggiamenti in stile cinematografico. Mio padre, come del resto noi bambini, invece apprezzava di più le hostess e spesso avevo l’impressione che –spalle alla mamma- lanciasse su di loro sguardi languidi spesso ricambiati.
Perché si sa che le hostess, sempre gentili con tutti, erano particolarmente gentili con i passeggeri maschi.
Io ero certa che l’aeroporto fosse il luogo da cui prendeva avvio ed al quale ritornava la vera vita. Quella, tanto per intenderci, dell’eleganza e della diversità dalla vita di tutti i giorni.
Perché il mondo vero –io lo sapevo- era fatto tutto di Audrey Hepburn e James Bond, di abiti a tubino, fiocchi di velluto e champagne Dom Perignon del ’53.

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naima
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giovedì 1 novembre 2007
Ancora dalla parte delle bambine. Loredana Lipperini
Oggi mi sento più forte.
Perché so di avere uno strumento che fa luce nella gran confusione di tutti i miei “intorno”.
Perché negli anni 70, quando lottavamo per i consultori -ad esempio- le idee erano chiare, i ruoli riconoscibili (e aggredibili), le sfumature della comunicazione molto più percepibili, se ingannevoli, di quanto lo siano adesso.
Tutto pian piano si è confuso in un crescendo di mistificazioni.
Oggi, dappertutto, si afferma una tesi e, contemporaneamente, si sdogana il suo contrario.
E di questo gioco al massacro ne fanno le spese i diritti e l’autodeterminazione.
Soprattutto quelli delle donne.
“Ancora dalla parte delle bambine”.
Ancora significa nuovamente, ma anche di più, con più forza, con più nutrimento.
Era un sentire comune, allora, fra chi lavorava alla crescita della lotta e della consapevolezza delle donne, quello di Elena Gianini Belotti che, nel 1973 con il libro “Dalla Parte delle Bambine”, apriva uno squarcio sulle responsabilità degli educatori e suggeriva un percorso di liberazione affinché le bambine potessero cercare la loro autonomia senza emulare i modelli maschili né costringersi in quelli che venivano loro offerti.
E’ una scoperta, oggi, mentre la maggior parte delle donne è pronta a giurare di essere liberata, autonoma, pronta a scegliere ed i modelli ci si attaccano addosso, irriconoscibili e capaci solo di creare disparità, consumo e schiavitù, quello di Loredana Lipperini.
"Ancora dalla parte delle bambine” nasce per caso (ma non troppo) su pezzi di quotidianità raccolti, studiati, vissuti.
Su testimonianze di soprusi quasi irrilevanti, di violenze non percepite, di delitti dimenticati, di insegnanti sicure di fare al meglio il loro ruolo pedagogico, di libri, di giornali per ragazzine, di bambole, di pubblicità, di madri e di merendine.
Ognuno di questi un ingrediente dell'allontanamento delle donne dalla consapevolezza di se stesse e dell'indirizzamento forzato ad uno specifico ruolo.
Loredana Lipperini ha esplorato questi ingredienti entrandoci dentro con la passione della cronista e con la caparbietà della ricercatrice.
Ha scoperto dati statistici, riesumato notizie che tendiamo a dimenticare tanto è l’orrore, la gratuità e la frequenza; ha intervistato pubblicitarie, magistrati e debellato luoghi comuni con la sola forza di dati precisi, quelli che nessuno si sogna mai di tirare fuori perché giudicati noiosi, incomprensibili e anche un po’ pericolosi.
E così, capitolo dopo capitolo, ci porta a confrontarci con i modelli femminili, con la violenza reiterata, sull’inganno del superamento degli stereotipi, sul ritorno del genere e sulle madri.
Capitolo terribile che ci sciorina fatti e cronache e testimonianze sulla presunta incapacità delle madri sugli infanticidi, sul consumismo, e sulle regole imposte chissà da chi e perchè.
Ed ancora la paura, le bugie, l’attenzione esasperata all’infanzia, le Bratz, le Winx, l’anoressia e la bulimia, le insegnanti, la scuola con i suoi codici quasi segreti e le icone femminili. Fino a chiedersi: "di cosa scrivono le donne quando scrivono di donne?".
E qual è il potere della carta stampata, di internet, della televisione?
Chissà se siamo in grado di fare i conti con queste consapevolezze che non hanno nessuna arroganza intellettuale e che realmente rispecchiano la realtà di tutte le donne occidentali (e forse non solo).
Ugualmente: Siano ricche o povere, istruite o no.
“Ancora dalla parte delle bambine” non è un libro da leggere o da studiare.
E’ una mappa per inoltrarci nell’usurpazione delle nostre necessità, speranze, desideri e comprendere che gli uomini e le donne -come dice Simone de Beauvoir- debbono riconoscersi come simili.
Per dare alle nuove bambine, la possibilità e gli strumenti per provare questo senso di eguaglianza.
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naima
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